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Racket delle occupazioni abusive a San Siro, parla il pentito

Uno degli arrestati di maggio 2017 ha deciso di confessare agli inquirenti come funzionava il racket

Mobili accatastati fuori da un palazzo in via Abbiati

L'associazione a delinquere contestata dagli investigatori alla banda che gestiva il racket delle case popolari nel quartiere milanese di San Siro (circa 700 appartamenti) sembra suffragata dal racconto di un pentito, uno degli arrestati di maggio 2017, che ha deciso - riferisce Repubblica - di collaborare con il pm Maria Letizia Mannella e di riferire quello che accadeva. 

Ne esce il racconto di una precisa divisione dei compiti tra membri della banda: qualcuno doveva cercare le case vuote, qualcuno doveva sfondare le porte, qualcuno ripararle, qualcuno si occupava degli allacciamenti di luce e gas, qualcuno di fare il "palo" durante le occupazioni abusive, quasi sempre notturne.

La banda riceveva i "clienti" in un bar di piazzale Selinunte, una specie di "ufficio". Questi venivano procacciati da membri della banda, mentre per segnalare gli alloggi vuoti andava bene chiunque: anche un italiano, mentre tutti gli altri componenti sono nordafricani. Il capo, in particolare, era un egiziano di 35 anni che guadagnava molti soldi (spediti alla moglie in Marocco) con il racket: prima, stando al racconto del pentito, era stato uno spacciatore di droga, poi aveva deciso di concentrarsi sul racket degli alloggi.

Video | Ecco come la banda occupava le case

video occupazione san siro-2

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Come in ogni organizzazione criminale che si "rispetti", le minacce sono presenti. Minacce agli inquilini che osavano lamentarsi "più del dovuto" delle occupazioni, che generano degrado nei quartieri oltre a togliere un diritto a chi è in attesa di un alloggio popolare, e minacce anche al pentito stesso, in carcere, per tentare d'impedirgli di parlare.

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