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Bambino ucciso dal padre in casa: San Siro lo ricorda con una fiaccolata

Viaggio nel quartiere Aler scenario di questa tragedia

Una fiaccolata nel quartiere di San Siro, partendo da via Ricciarelli 22, per ricordare il piccolo Mehmed, due anni appena, ucciso dal padre Aljica Hrustic (in un impeto di rabbia, ha spiegato lui alla polizia e al pm confessando) nell'appartamento in cui vivevano da due mesi insieme anche alla madre incinta e a due figlie piccole. Alcune decine di persone, venerdì sera, hanno voluto rendere omaggio alla memoria del bimbo: «Anche se non ti conoscevamo - si legge in un messaggio lasciato sulla cancellata - i nostri cuori batteranno nel tuo ricordo».

Microcosmo

Essere ucciso a 2 anni in via Ricciarelli, a San Siro, ventre di Milano di cui è complicato conoscere i meccanismi se si è "di fuori". Dove "di fuori" può significare anche i palazzi di fronte, così vicini ma così lontani perché le case Aler sono un microcosmo a sé stante, con scale e pianerottoli che potrebbero raccontare storie da romanzi del più crudo verismo.

Video: la testimonianza di un familiare

Giovedì sera, in diversi si sono ritrovati a San Protaso, la stessa chiesa del funerale della povera Jessica Faoro, uccisa 19enne (altrove) da un bruto cui s'era negata dopo aver avuto bisogno della sua ospitalità. Alle nove meno un quarto la chiesa si è aperta per un momento di preghiera. «Diamo il segno di una comunità attenta al dolore», aveva scritto su Whatsapp don Franco ai suoi parrocchiani per radunarli.

Ritrovarsi, restare uniti. La comunità dà senso a tanti smarrimenti, li evita. La domanda che corre è dove fosse, prima, la stessa comunità. Non che tutti debbano assumersi la colpa di un omicidio, no. Ma possibile che nessuno si sia accorto del padre nullafacente, irascibile, stordito forse dall'eccesso di droghe? 

«È italiano?»

«Èitaliano?», chiedevano davanti al cancello i passanti al cronista, l'altra mattina. Il cronista (che sarebbe chi scrive) in quel momento non sapeva se il ricercato (catturato qualche ora più tardi) fosse italiano d'origine croata o croato. Fa differenza, davvero? No, ed ora che il cronista sa, non lo preciserà per iscritto. Anche perché nel frattempo si è saputo che trattasi di famiglia rom. E allora, nell'immaginario di costoro, diventa dettaglio di nullo conto la nazionalità del protagonista. 

Alcune abitudini sono diverse? Sono appunto abitudini, non caratteri dello spirito. Ci si rimbalzano sbeffeggi tra "milanesi imbruttiti" e "terroni fuori sede", un tempo ci s'insultava o non ci si frequentava. Al di là delle questioni politiche, credo che tutti concordino che stiamo meglio a scherzarci sopra ma a sentirci della stessa pasta, che non un tempo. Del resto è la stessa città di Milano ad essere poco milanese: solo una piccola percentuale di nati a Milano "vanta" (si fa per dire) genitori nati a Milano.

San Siro è piena di occupazioni abusive e di vite vissute arrangiandosi. Chi dà la colpa agli stranieri e ai rom ha la memoria corta: negli anni '70 e '80 via Abbiati, la parallela di via Ricciarelli, dominava la classifica cittadina della densità di arresti domiciliari, ed erano tutti italiani, nessuno escluso. I problemi sono semplicemente cambiati perché è cambiata la composizione sociale, mentre le case sono invecchiate e l'abusivismo aumentato. Non si sta al passo, nelle case popolari: i soldi del contratto di quartiere, per esempio, finiscono prima che tutte le palazzine siano sistemate.

La politica non riesce a prevenire alcunché. Quasi mezza San Siro è musulmana e ci si stupisce che qualche appartamento sia stato trasformato in scuola privata abusiva in cui s'insegna il Corano. La trasformazione è avvenuta nel giro di molti anni, mentre i partiti meno accoglienti erano al governo della città, ma le soluzioni securitarie oggi invocate (telecamere, eserciti, sgomberi) non pervenivano.

E i rom diventati i principali abusivi di San Siro negli ultimi anni, da dove arrivano? La risposta è piuttosto nota: dagli sgomberi dei grandi campi a partire da quello di Triboniano. Qualcuno se ne sarà andato da Milano, molti sono rimasti. E' da quegli sgomberi che nascono le occupazioni di San Siro e di via Bolla, ma anche le tanto vituperate (su Facebook) "carovane rom", che stazionano ora a Rubattino ora a Baggio, e che fanno saltellare le dita sulle tastiere non appena se ne scorge una sotto la propria finestra.

Ci si dovrebbe porre una domanda. Qual è la causa principale del degrado? La nazionalità o l'origine di un individuo o di un gruppo? O forse l'abbandonare a sé stessa una microcomunità ed i suoi spazi, case, cortili, ritrovi, parchetti? La cronaca da cui si parte in questi giorni parla di una mamma impotente a cui il marito ha ucciso il loro figlio, e ci si potrebbe chiedere: perché si trovava in una condizione di estrema debolezza, tanto da non poter fare nulla? Essere abusiva ed aver qualche precedente per furto è una ragione sufficiente per essere lasciata sola? Non è solo questione femminile ma, in questo caso, è anche questione femminile. La Milano dei diritti ha abbandonato una sua abitante, che sarà stata invisibile per l'anagrafe dell'Aler ma non era certo altrettanto invisibile nel quartiere. 

La comunità e la politica dovrebbero rispondere a questi dati di fatto. Se a San Siro i musulmani sono ormai una minoranza significativa, forse San Siro merita un luogo di preghiera musulmano. Se gli abitanti sono ormai multietnici, certamente non meritano l'isolamento sociale. 

Ambienterebbe a San Siro, Emile Zola, un suo Assommoir milanese? Quanti giri farebbe, a piedi, su e giù per le scale, attraversando cortili pieni di alberi e di immondizia, un cronista appassionato di storie "nere" meneghine come Paolo Valera? Può darsi di sì, come dicevamo le scale e i pianerottoli racconterebbero romanzi se potessero parlare. Intanto sarebbe forse il caso di incominciare ad ascoltarci tra noi, e parlarci e salutarci di più.

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