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Manda a fuoco la moglie durante un litigio in casa, arrestato

L'uomo non era nuovo a maltrattamenti nei confronti della moglie: si erano sposati nel 2008, quando lui era ancora irregolare in Italia

L'arrestato

Sono le otto e quarantotto della sera del 14 luglio quando il 112 riceve la telefonata, trafelata, di un uomo che riferisce che la moglie sta bruciando. In sottofondo si sentono, agghiaccianti, le urla della donna che chiede aiuto. L'operatrice manda un'ambulanza in via Rismondo 118, quartiere Baggio. I sanitari a loro volta avvertono la polizia. Una donna di 46 anni, di origini marocchine, è avvolta dalle fiamme. «Sentivo un calore fortissimo, i vestiti sembravano un tutt'uno con la mia pelle», racconterà poi, in un'audizione protetta, agli agenti, ancora ricoverata al centro grandi ustioni del Niguarda.

Nell'appartamento c'è anche il marito, egiziano di 38 anni, che nega decisamente di avere dato fuoco alla moglie. Afferma invece che la donna si era versata addosso del liquido infiammabile involontariamente, mentre lui era intento a ridipingere una porta in un'altra stanza. I poliziotti, però, in via Rismondo sono arrivati già consapevoli che il 26 marzo, nello stesso nucleo familiare, c'era già stata una lite violenta che aveva reso necessario l'intervento delle forze dell'ordine: in caso di liti e maltrattamenti, infatti, la polizia di Milano "archivia" l'intervento in un database in modo che sia facilmente rintracciabile in una eventuale seconda occasione. Un "precedente" importante perché, per la legge del 2013, la condizione dell'arresto in flagranza per maltrattamenti è proprio la presenza di precedenti specifici.

Video | La drammatica telefonata al 112

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Ed infatti i poliziotti fermano l'uomo, Ahmed El Sayed Abdelghany, non credendo affatto alla sua versione. La donna, intanto, viene trasportata al pronto soccorso del San Carlo e poi al Niguarda. Ha ustioni di terzo grado sul 55% del corpo, soprattutto il torace, l'addome, il volto, il collo e le spalle. I medici confermano che si tratta di ustioni incompatibili con un incidente ed invece coerenti con un gesto volontario, come se qualcuno (dall'alto in basso) avesse versato liquido infiammabile contro la vittima.

Dopo qualche giorno di ricovero, i poliziotti interrogano la donna per circa cinque ore in un'audizione protetta. E lei conferma l'aggressione: spiega che stava litigando con il marito mentre questi era intento a ridipingere la porta, poi gli ha voltato le spalle per dirigersi in un'altra stanza e, da dietro, l'uomo le ha versato il contenuto di un barattolo di acquaragia (si appurerà poi, dalle analisi, che si trattava di benzina) per poi appiccare il fuoco con una sigaretta accesa.

La biografia dei protagonisti rende, se possibile, ancora più drammatico quanto è successo in via Rismondo. La donna, che proviene da un contesto di assoluta povertà, è analfabeta e ancora non parla correttamente l'italiano, arriva nel nostro Paese nel 2007 perché un parente - che gestisce un ristorante in provincia di Pavia - le dà lavoro come lavapiatti. In Italia conosce il suo futuro marito, a quel tempo irregolare. Si sposano nel 2008 e lui si regolarizza attraverso il ricongiungimento familiare. All'inizio i due, pur sposati, vivono separatamente, in case condivise con altri immigrati. 

Poi lei trova lavoro a Milano, sempre presso un ristorante (il datore di lavoro parla molto bene di lei), e si trasferiscono in via Rismondo. Negli anni, lui ha di che lamentarsi: secondo la sua valutazione, "non è dignitoso" che una donna lavori. Tuttavia, dal suo canto, non lavora mai, per cui il sostentamento familiare arriva esclusivamente dalla donna. Che resta anche incinta nel 2011, ma perde il bambino al settimo mese di gravidanza, durante la quale lui non smette di maltrattarla e picchiarla. Un figlio nasce invece nei primi mesi del 2016 e si trova in questo momento in vacanza in Marocco con i nonni materni. 

All'aggressione del 26 marzo non segue una denuncia della donna. Che invece, adesso, è convinta di voler lasciare questo marito violento, sostenuta anche da tutti i suoi parenti che condividono la scelta di cambiare vita. Il marito è a San Vittore: risponde di maltrattamento in famiglia e lesioni gravissime. Sarà poi il pm Paola Pirrotta a formulare il capo d'accusa definitivo, anche a seconda dei riscontri derivati dai referti medici. Non si esclude l'ipotesi del tentato omicidio.

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